Pomodoro San Marzano, gusto e territorio

Quando capita che qualcuno mi chiede: qual è l’alimento a cui non riusciresti mai mai a rinunciare?

Io non ho esitazione alcuna e rispondo in modo secco “il Pomodoro”.

Cotto, crudo, da insalata, piccolo, grande più o meno dolce/acido a me piace sempre.

Da ragazzina, in gita a Pompei, sconfinavo nei campi dei contadini per staccare dalla pianta e spremermi in bocca il succo di quello che poi sarebbe diventato il piennolo.

Prendevo i succosi pomodori san marzano dalle cassette accatastate in attesa di essere trasformate in passata e li mangiavo a morsi, senza lavarli solo strofinandoli sui vestiti per levare terreno e verderame.

Insomma questa premessa è il motivo di questo post e il motivo della mia partecipazione al Pomodoro San Marzano Day organizzato da Danicoop Gustarosso.

Volevo andare all’origine di una delle tante bontà del nostro territorio perché, anche se li mangio sempre e ovunque, per me i pomodori più buoni in assoluto e versatili in cucina rimangono sempre quelli della terra campana.

Appuntamento a Sarno dunque alla sede Danicoop per visitare alcune storiche case contadine della zona.

Bisogna sapere che il San Marzano è un pomodoro abusato visto che in teoria lo si piò coltivare ovunque e che vendono la sua imitazione fresca e in conserva in qualunque supermercato italiano (e anche straniero).

Le sue caratteristiche uniche però di colore, profumo, consistenza e sapore si raggiungono solo ed esclusivamente coltivandolo nelle terre nere delle piane intorno al Vesuvio.

La DOP è infatti relativa all’area dell’agro sarnese nocerino.

Cosa ho imparato durante la visita ai contadini di Gustarosso?

Che il vero pomodoro San Marzano si coltiva con enorme fatica da parte dei contadini su una terra fertilissima e dunque generosa, a cui non si danno diserbanti, ma colpi di zappa e rastrello per la pulizia quotidiana tra le piante, dove appena si scava c’è la falda acquifera per cui il terreno risulta sempre umido è c’è da far attenzione alle piogge eccessive.

Il ciclo delle piante è di 100 giorni, sono circondate da ortaggi di stagione e piantagioni di sedano e basilico rigogliosissime. Dopo il periodo del pomodoro si passa ad altre colture e in primavera comincia il nuovo impianto.

La raccolta avviene esclusivamente dal 31 luglio a mano con una lavorazione quasi immediata del prodotto che nella sua espressione migliore diventa il pelato.

Durante l’evento l’abbiamo assaggiato a crudo, in cocktail, nella pizza fritta magistrale di Enzo Coccia e come succulento sugo di fusilli del Pastificio dei Campi o spaghetti Grano Armando.

Un tripudio di gusto che conferma il piacere di una scelta che sullo scaffale costa qualche centesimo in più, ma contribuisce a difendere un prodotto unico nel suo gusto e nelle sue proprietà salutari, e a cercare di preservare una terra per troppi decenni abusata.

Nota a margine sul San Marzano e la sua terra

L’iniziativa di portare addetti ai lavori e appassionati nei campi di pomodoro San Marzano per farlo conoscere e aiutare a valorizzarlo e difenderlo è ammirevole.

L’unica cosa che mi ha davvero fatto riflettere per le ore di durata dell’evento è che i campi dei contadini di un prodotto considerato Presidio Slow Food passano sotto i cavalcavia dell’autostrada, sono circondati da strade (presumo comunali) abbandonate, dove abbondano rifiuti e trascuratezza.

L’intera pianura fa scorgere numerose situazioni di abusivismo di ogni tipo e depredazione di una terra ricchissima in grado, nonostante tutto, di produrre ancora dell’oro.

La mia domanda è: se portiamo gli stranieri a conoscere qualcosa di unico e irripetibile altrove, non sarebbe giunto il momento di rendere unico e irripetibile in senso positivo anche il contesto in cui tanta ricchezza ancora resiste?

Oltretutto il dubbio pian piano potrebbe insinuarsi nel ritenere che un contesto ambientale così degradato prima o poi potrebbe arrivare a fagocitare anche la genuinità del prodotto.

Le mie sono riflessioni a margine, chissà che qualcuno non le colga con positività e volontà costruttiva.

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